Categoria: Molecola del mese

  • La molecola del mese: testosterone

    La molecola del mese: testosterone

    L’ormone… maschile!

    Il testosterone è un ormone steroideo. La sua molecola, con formula C₁₉H₂₈O₂, deriva dal colesterolo ed è caratterizzata dalla tipica struttura (comune agli ormoni steroidei) a quattro anelli fusi.

    Nei leoni maschi, più alti sono i livelli di testosterone nel sangue, più la criniera diventa folta, scura e imponente. Per le leonesse è un segnale chiarissimo: una chioma fluente indica un partner forte, sano e con un’ottima genetica. Insomma, il partner perfetto!

    Solo nei maschi?

    Viene prodotto principalmente nelle cellule di Leydig dei testicoli, ma non solo! Si produce anche (in quantità minori) nelle ovaie e nelle ghiandole surrenali. La sua produzione segue un ritmo circadiano, con livelli generalmente più elevati nelle prime ore del mattino.

    I leoni maschi mantengono il testosterone alto tutto l’anno per difendere il branco, ma in Botswana, probabilmente a causa di una rara mutazione genetica, anche alcune leonesse ne producono in abbondanza, sviluppando la criniera e ruggendo proprio come i maschi!

    Uso e abuso di testosterone

    La sua storia è legata anche allo sport: dopo la sintesi in laboratorio nel 1935, il testosterone e i suoi derivati iniziarono a essere utilizzati anche per aumentare artificialmente le prestazioni.

    Solo in seguito sono emersi i rischi associati all’abuso prolungato. Un esempio? Problemi cardiovascolari, danni al fegato e squilibri ormonali. È importante ricordare che livelli elevati di testosterone non significano automaticamente più massa muscolare!

    …Non solo ormoni!

    La chioma del leone non dipende solo dagli ormoni, ma si adatta al clima: nelle zone calde la criniera è più corta e rada per evitare il surriscaldamento, mentre dove fa più freddo diventa folta per proteggerlo dalle basse temperature.

    L’espansione umana sta frammentando il loro habitat, isolando i branchi e mettendo a rischio la specie. Proteggere i loro spazi vitali significa salvare l’intero equilibrio della biodiversità africana e la complessa rete biologica di cui sono i custodi.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Openature Foundation e il MU-CH | Museo della Chimica.

  • La molecola del mese: acido ipposudorico

    La molecola del mese: acido ipposudorico

    Il mistero del “sudore di sangue”

    L’acido ipposudorico è un composto organico complesso con formula molecolare C16H8O8, classificato come pigmento. La sua struttura chimica a tre anelli e il modo in cui questa assorbe la luce le conferiscono il caratteristico colore rosso intenso.

    Il mistero del “blood sweat”

    Sapevi che gli ippopotami non possiedono vere e proprie ghiandole sudoripare? Al loro posto producono una secrezione chiamata blood sweat (“sudore di sangue”), che diventa rossa nel giro di pochi minuti. Non è sangue, ma un liquido ricco di acido ipposudorico.
    Nel 2004, un gruppo di ricercatori giapponesi ha isolato e identificato per la prima volta questa molecola e la sua “sorella”, l’acido norhipposudorico. Finora sono state identificate esclusivamente negli ippopotami, che le rilasciano direttamente attraverso i pori della pelle.

    Uno scudo naturale

    Proteggere la propria pelle dai raggi UV è molto importante per l’ippopotamo! Questo fluido rosso funge da potente schermo solare, ma non solo, potrebbe infatti contribuire a rendere la pelle meno appetibile agli insetti.

    Un antimicrobico naturale

    Vivendo in ambienti umidi e ricchi di batteri, gli ippopotami usano la loro secrezione come antimicrobico naturale. Questa sostanza blocca la crescita di funghi e batteri, trasformando la loro pelle in un’arma chimica in grado di ridurre il rischio di infezione.
    Gli studi hanno infatti dimostrato che, ad esempio, questi pigmenti inibiscono la crescita di alcuni batteri, tra cui Pseudomonas aeruginosa e Klebsiella pneumoniae (entrambe le molecole, anche se l’acido ipposudorico è più attivo del norhipposudorico). Questo pigmento svolge quindi il ruolo di fotoprotettore e antimicrobico naturale allo stesso tempo. Non sorprende quindi che abbia suscitato interesse come possibile fonte di ispirazione per nuovi materiali e molecole bioattive.

    Proteggere gli ippopotami

    La perdita di habitat e la caccia non regolamentata per carne e avorio sono le sfide più grandi per la conservazione dell’ippopotamo. Promuovere una convivenza sostenibile tra uomo e natura è la chiave per proteggere uno dei simboli più importanti della biodiversità africana.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Openature Foundation e il MU-CH | Museo della Chimica.

  • La molecola del mese: luciferina

    La molecola del mese: luciferina

    Una comunicazione brillante

    Con l’arrivo dell’estate, le campagne e i parchi tornano a brillare per la stagione degli amori delle lucciole, uno degli spettacoli naturali più suggestivi della natura.

    Sapevi che la loro luce nasce da una reazione chimica tra due molecole?

    In particolare dalle luciferine, molecole organiche in grado di produrre luce. Il loro nome viene dal latino lucifer, “portatore di luce”. Sono alla base della bioluminescenza, la capacità di alcuni organismi viventi di trasformare l’energia chimica in energia luminosa.

    Bioluminescenza

    Grazie alla bioluminescenza, le lucciole trasformano l’ossigeno in luce attraverso la reazione tra luciferina e luciferasi. Un fenomeno chimico unico che permette a oltre 2.000 specie nel mondo di illuminare le nostre notti. 

    Il fenomeno avviene in tre tappe. La luciferina viene attivata dall’enzima luciferasi e forma un complesso instabile. Questo viene poi ossidato dall’ossigeno e si trasforma in ossiluciferina ad alta energia che, tornando a uno stato energetico più stabile, emette l’energia in eccesso sotto forma di luce.

    La reazione che produce la bioluminescenza delle lucciole è molto efficiente in quanto quasi tutta l’energia si trasforma in luce e pochissima in calore! Per questo è molto studiata in diversi ambiti, che includono la ricerca biomedica e l’energia sostenibile. 

    Anche il colore della bioluminescenza conta! Dipende dal tipo di luciferine e luciferasi e dall’ambiente in cui avviene la reazione. La luce può essere blu, verde-gialla (come nelle lucciole) o più raramente arancione e rossa.

    Luci per corteggiarsi

    Grazie a questi segnali luminosi, le lucciole si trovano e si corteggiano: mentre i maschi volano emettendo segnali intermittenti, le femmine rispondono dalla vegetazione con una luce fissa per guidarli. Un dialogo luminoso, unico per ogni specie, che è possibile osservare nelle serate estive, da giugno ad agosto.

    Non solo amore: la luce come difesa

    Fin da piccole, le lucciole usano il loro bagliore per proteggersi! la luce segnala ai predatori un sapore sgradevole, funzionando come un vero e proprio “cartello di avvertimento” luminoso per garantire la loro sopravvivenza. 

    L’inquinamento luminoso impedisce alle lucciole di comunicare e minaccia il loro futuro. Proteggere le aree buie e limitare i prodotti chimici è un passo vitale per ridare spazio a questo spettacolo di luci, visibile anche nelle zone abitate.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Openature Foundation e il MU-CH | Museo della Chimica.

  • La molecola del mese: isoprene

    La molecola del mese: isoprene

    In attesa della Giornata Mondiale delle Api del 20 maggio, scopriamo il legame tra la chimica dei fiori e il lavoro instancabile degli insetti impollinatori selvatici.

    L’impollinazione

    Il ruolo degli insetti impollinatori è quello di fondamentali “vettori di vita”: muovendosi di fiore in fiore alla ricerca di nutrimento (nettare e polline), trasportano involontariamente i granuli pollinici che restano attaccati ai loro corpi pelosi. Questo movimento permette l’impollinazione, ovvero il processo biologico in cui il polline raggiunge l’apparato femminile della pianta, rendendo possibile la fecondazione. Tale meccanismo garantisce quindi la riproduzione della stragrande maggioranza delle piante selvatiche e delle colture agricole, sostenendo la biodiversità globale e assicurando la produzione di circa un terzo del cibo che troviamo ogni giorno sulle nostre tavole

    Ma come vengono attratti dalle piante?

    La chimica guida l’impollinazione dei fiori! Esistono alcune molecole in grado di attrarli, come i terpeni: si tratta di una grande famiglia di molecole formate da unità di isoprene. Questa unità si combina formando strutture lineari, cicliche o volatili e facilmente percepibili.

    A seconda del numero di unità di isoprene, i terpeni cambiano funzione, ad esempio:

    • Monoterpeni (come limonene e pinene) → altamente volatili, responsabili dei profumi freschi e agrumati;
    • Sesquiterpeni → meno volatili, spesso coinvolti nella difesa;
    • Tetraterpeni, come i carotenoidi → coinvolti nella fotosintesi come pigmenti accessori.

    Non solo api!

    I principali insetti impollinatori includono api, bombi, farfalle e sirfidi: ognuno con un legame unico e affascinante con il mondo vegetale. Tra insetti e fiori esiste infatti una grande complicità: le piante hanno evoluto forme, colori e profumi specifici per “selezionare” i propri visitatori. Ad esempio, i fiori a imbuto sono perfetti per le farfalle dotate di lunga spiritromba, mentre quelli più robusti ospitano i bombi. Nel tempo, inoltre, le piante hanno sviluppato combinazioni sempre più complesse di terpeni: alcune attraggono impollinatori specifici, altre respingono insetti dannosi!

    Le minacce agli insetti impollinatori

    Il legame tra insetti e fiori è oggi seriamente compromesso da gravi minacce globali. La perdita di habitat e l’urbanizzazione rendono le aree verdi povere di fioriture, mentre l’agricoltura intensiva riduce la disponibilità di habitat e siti di nidificazione. L’uso di pesticidi altera la memoria e la riproduzione degli impollinatori, mentre il cambiamento climatico altera la sincronizzazione tra fioritura e cicli vitali degli impollinatori. Infine, l’introduzione di specie aliene e parassiti mette sotto pressione le popolazioni autoctone, compromettendo l’intero processo di impollinazione. Senza questi piccoli custodi, la biodiversità e la nostra sicurezza alimentare subirebbero un crollo irreversibile.

    Zoo LIFE Pollinators

    Per contrastare il declino degli insetti impollinatori  è nato Zoo LIFE Pollinators, un progetto europeo guidato dal bioparco Zoom Torino che coinvolge 16 partner in 9 Paesi, tra cui Openature Foundation. L’iniziativa punta a ripristinare oltre 926 ettari di aree verdi e a tutelare centinaia di specie, tra cui 81 specie di sirfidi e 742 di lepidotteri. Attraverso la creazione di 8 hub di riproduzione e un’ampia campagna di sensibilizzazione mirata a raggiungere 5,5 milioni di cittadini, il progetto si pone l’ambizioso obiettivo di invertire la rotta del declino e proteggere attivamente la biodiversità del nostro continente.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Openature Foundation e il MU-CH | Museo della Chimica.

  • La molecola del mese: Cloruro di sodio

    La molecola del mese: Cloruro di sodio

    Lo sapevi che i pinguini starnutiscono… sale?

    Il cloruro di sodio (NaCl) è un composto ionico molto comune formata da sodio (Na⁺) e cloro (Cl⁻). È il principale componente del sale da cucina ed è importante per le funzioni vitali degli esseri viventi: regola l’equilibrio dei fluidi, la trasmissione degli impulsi nervosi e la contrazione muscolare!

    Il sale è essenziale per la vita, ma solo nelle giuste quantità. Troppo poco compromette le funzioni cellulari, troppo causa invece disidratazioneGli animali marini come il pinguino africano, hanno sviluppato adattamenti per mantenere questo equilibrio anche vivendo in ambienti ricchi di sale (l’acqua del mare!).

    Ma… come fanno?

    Grazie a speciali ghiandole poste sopra gli occhi, i pinguini africani filtrano il sale in eccesso dal sangue, riuscendo a bere acqua di mare e mangiare prede salate senza disidratarsi. Lo scarto viene poi espulso dalle narici come un “naso che cola”, eliminato con un semplice starnuto.

    Anche a livello molecolare, l’equilibrio è fondamentale! Il cloruro di sodio è formato da ioni che regolano la pressione osmotica delle cellule. Questo permette agli organismi di mantenere stabile il contenuto d’acqua, un aspetto molto importante, soprattutto per gli animali che vivono tra mare e terra.

    Perdita di impermeabilità

    Una volta all’anno, il pinguino africano affronta oltre tre settimane di muta in cui sostituisce tutte le piume contemporaneamente. Perdendo l’impermeabilità e non potendo entrare in acqua per cacciare, resta sulla terra in digiuno forzato, sopravvivendo grazie alle riserve di grasso accumulate.

    Durante la muta, il corpo del pinguino deve gestire con precisione energia e risorse. Un corretto bilancio dei sali minerali diventa cruciale per mantenere le funzioni vitali anche senza alimentazione. Ancora una volta, il cloruro di sodio gioca un ruolo invisibile ma fondamentale per la loro sopravvivenza.

    Tra pesca intensiva che riduce il cibo e cambiamento climatico che rende il sole sempre più forte, il periodo della muta è diventato una sfida per la loro sopravvivenza. Preservare gli oceani e il clima significa garantire a questi animali le condizioni necessarie per continuare a popolare le coste africane.

    Il 25 aprile si celebra la Giornata Mondiale del Pinguino: un’occasione unica per svelare i segreti del pinguino africano, la prima tra le 18 specie al mondo a essere classificata come “in pericolo critico” dalla IUCN.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Fondazione ZOOM e il MU-CH | Museo della Chimica.

     

  • La molecola del mese: Guanina

    La molecola del mese: Guanina

    Il cristallo che fa brillare i camaleonti

    La guanina è una molecola fondamentale per la biologia. Insieme a citosina, adenina e timina è una delle quattro basi azotate che compongono il DNA e l’RNA. In forma pura è un solido cristallino bianco noto per riflettere la luce.

    Grazie a due strati di cristalli di guanina, la pelle del camaleonte è un capolavoro di bio-ingegneria: mentre lo strato superficiale cambia colore in base agli impulsi nervosi e alle emozioni, quello profondo funge da scudo termico, proteggendo l’animale dal surriscaldamento.

    Il colore cambia in base allo stato d’animo

    La guanina è contenuta in speciali cellule dette iridofori. I cristalli sono minuscoli: misurano tra 1 e 100 nanometri, cioè tra 1 e 100 miliardesimi di metro. Si definiscono nanocristalli e hanno proprietà molto particolari, che dipendono dalla loro dimensione.

    Più che per mimetismo, i camaleonti cambiano tonalità per comunicare il proprio stato d’animo: i cristalli di guanina si avvicinano quando sono rilassati, riflettendo il verde, e si distanziano quando sono eccitati, virando verso il giallo e l’arancione

    Quando i nanocristalli si trovano a distanze diverse, il percorso che compie la luce all’interno degli iridofori cambia. Per questo la pelle cambia colore: la luce viene riflessa con lunghezze d’onda diverse e noi vediamo tonalità differenti.

    Ecologia e biologia dei camaleonti

    Grazie a occhi sporgenti e indipendenti, il camaleonte scansiona l’ambiente a 360°, calcolando con precisione millimetrica la distanza dalla preda. Una volta agganciato il bersaglio, scaglia una lunga lingua che, grazie a una punta vischiosa e un “effetto ventosa”, non lascia via di scampo.

    Lo strato più profondo dei nanocristalli di guanina riflette anche la luce infrarossa, spesso responsabile del riscaldamento degli oggetti. Potrebbe quindi aiutare i camaleonti a regolare anche la propria temperatura corporea.

    La maggior parte dei camaleonti vive in Madagascar, un tesoro di biodiversità insostituibile con oltre il 90% di mammiferi e rettili e l’80% delle piante che non esistono in nessun altro luogo. Proteggere questo ecosistema significa salvare specie che, se perse, svanirebbero per sempre.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Fondazione ZOOM e il MU-CH | Museo della Chimica.

     

  • La molecola del mese: Carotenoidi

    La molecola del mese: Carotenoidi

    I carotenoidi e il colore delle piume dei fenicotteri

    C’è un legame invisibile che unisce il rosa dei fenicotteri alla salute del nostro pianeta!
    Anche se la Giornata Mondiale delle Zone Umide è stata il 2 febbraio, continuiamo a celebrarla con il suo ambasciatore d’eccezione: il fenicottero. Sapevi che il suo piumaggio dipende direttamente dai carotenoidi presenti nella loro dieta?

    I carotenoidi sono pigmenti vegetali, molecole colorate presenti in alcuni tipi di frutta e verdura. Hanno proprietà antiossidanti e nelle piante proteggono la clorofilla e le cellule durante la fotosintesi. Danno un colore giallo, arancio o rosso-violetto. 

    Il colore iconico dei fenicotteri è un “prestito” della loro dieta

    Tutto merito dei carotenoidi, pigmenti organici presenti nelle alghe e nei piccoli crostacei di cui si nutrono. Una volta digeriti, questi pigmenti si depositano nelle penne e nel becco, creando sfumature uniche.
    Gli animali introducono i carotenoidi con l’alimentazione, perché spesso non sono in grado di sintetizzarli da soli. Possono però trasformarli per produrre la vitamina A, oppure utilizzarli per… decorarsi un po’!

    In natura, la bellezza ha quasi sempre uno scopo pratico

    Un piumaggio rosa intenso non è solo affascinante, ma è un segnale di forza e benessere: durante il corteggiamento, i colori più vividi indicano un partner in salute, influenzando la scelta del compagno di vita.

    Il colore dei carotenoidi dipende dalla loro struttura chimica: hanno catene con doppi legami carbonio-carbonio, che assorbono la luce riflettendone una parte. I nostri occhi la percepiscono come colori diversi (dal giallo al violetto), a seconda della lunghezza della catena.

    Le zone umide

    Paludi e lagune sono i polmoni blu del pianeta: filtrano l’acqua, prevengono inondazioni, assorbono CO₂, e sono la casa di numerosi animali, come i fenicotteri. In Italia abbiamo già perso il 75% di queste aree, eppure le zone umide rimaste ospitano ancora il 37% della nostra fauna.

    Le zone umide ci aiutano ad assorbire CO₂ perché le piante che vi crescono la usano per fare la fotosintesi. L’acqua rallenta la decomposizione, quindi il carbonio resta intrappolato invece di tornare in aria. Per questo motivo funzionano come magazzini naturali di CO₂.

    Il fenicottero è stato scelto come specie ambasciatrice per la campagna europea EAZA 2026 – 2027 “Wetlands for Life”. Un simbolo di eleganza che ci ricorda quanto sia urgente tutelare le zone umide, ecosistemi fragili da cui dipende l’equilibrio della biodiversità globale.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Fondazione ZOOM e il MU-CH | Museo della Chimica.

     

  • La molecola del mese: Melanina

    La molecola del mese: Melanina

    La melanina e il colore del manto delle zebre

    La melanina è una macromolecola complessa formata dall’unione di molte unità più piccole. Queste unità contengono anelli con doppi legami e atomi di azoto, che permettono alla molecola di assorbire la luce.

    Nera con strisce bianche o bianca con strisce nere? La risposta è nel loro DNA!

    La zebra nasce scura e le strisce bianche compaiono solo dove i melanociti smettono di produrre melanina. In pratica, il bianco è un “vuoto” di colore su una base nera.

    Il melanocita è una cellula dell’epidermide specializzata a produrre melanina. Ha una forma particolare, stellata o dendritica, con prolungamenti che servono per trasferire la melanina prodotta… Un po’ come nastri di trasporto.

    Le strisce della zebra  non sono per bellezza, ma per difesa.

    Questo pattern geometrico confonde tafani e parassiti, interferendo con la loro capacità di orientarsi e proteggendo la zebra come uno scudo invisibile.

    La melanina protegge dai raggi UV e la sua distribuzione dipende da fattori genetici e ambientali. La sua produzione aumenta in risposta all’esposizione ai raggi ultravioletti, dando origine all’abbronzatura che compare quando la pelle viene esposta più intensamente al sole. 

    Uniche e irripetibili

    Ogni zebra possiede un pattern unico e irripetibile, proprio come le nostre impronte digitali. Questa straordinaria diversità visiva è uno dei modi con cui i cuccioli imparano a distinguere la propria madre, riuscendo a ritrovarla anche nel caos di un branco in movimento.

    Non esiste un solo un tipo di melanina. Esiste ad esempio l’eumelanina (marrone-nera), la pheomelanina (giallo-rossastra)… Nei neuroni si forma la neuromelanina, e in piante, funghi e batteri si trovano altre varianti come le allomelanine (greco “állos” – altro – indicando “altre melanine”.

    Esistono 3 specie di zebra (di pianura, di montagna e di Grévy), tutte parte del genere Equus come cavalli e asini. Oggi queste icone africane rischiano l’estinzione a causa di bracconaggio e perdita di habitat, ma grazie ai progetti di conservazione possiamo proteggerle.

    La realizzazione di questa rubrica è frutto della collaborazione tra Fondazione ZOOM e il MU-CH | Museo della Chimica.

     

  • La molecola del mese: Curcumina

    La molecola del mese: Curcumina

    Curcumina: il principale curcuminoide estratto dal rizoma della pianta Curcuma longa

    La curcumina è il pigmento naturale responsabile del caratteristico colore giallo-arancio della spezia curcuma. Deriva dal rizoma della pianta Curcuma longa, una pianta dai fiori appariscenti coltivata tradizionalmente in Asia.

    Curcuminoidi

    La parte che più interessante della pianta, però, è il rizoma cilindrico, di colore giallo o arancione. Questo contiene varie sostanze interessanti tra cui i curcuminoidi, un insieme di molecole normalmente insolubili in acqua che possono degradarsi per l’esposizione ai raggi UV o per pH alcalini.

    La curcumina è la più nota di queste molecole, ma se dovessimo chiamarla con il suo nome ufficiale (IUPAC), questo sarebbe un po’ complesso… (1E,6E)-1,7-bis-(4-idrossi-3-metossifenil)-epta-1,6-dien-3,5-dione.
    La sua forma però è caratteristica: due anelli aromatici collegati da una catena di sette atomi di carbonio.

    Curcumina e pH

    Quando viene a contatto con soluzioni basiche, i suoi gruppi fenolici sui due anelli (-OH) perdono un protone (H+) e la struttura elettronica della molecola cambia. Questo semplice passaggio modifica il modo in cui la curcumina assorbe la luce… 

    …e il colore che vediamo! In ambiente neutro o acido resta gialla, ma in condizioni basiche vira verso tonalità più scure e rossastre.
    Oltre al suo celebre ruolo come pigmento naturale, la curcumina è studiata per una vasta gamma di potenziali attività biologiche: antiossidante, antinfiammatoria, antimicrobica e immunomodulante.

    🔍Fonti: Research Gate, National Institutes of Health, PubChem

  • La molecola del mese: Dracorubina

    La molecola del mese: Dracorubina

    Dracorubina: il rosso leggendario del “sangue di drago”

    La dracorubina è una molecola (C₃₂H₂₄O₅) che compone alcune resine dal caratteristico colore rosso sangue denominate “dragon’s blood”. Il primo studioso a parlarne fu addirittura Plinio il Vecchio, il quale conferma fosse conosciuta dagli antichi Greci.

    Nella Naturalis Historia racconta di uno scontro tra un drago e un elefante, dal cui sangue nacque un albero chiamato “albero di drago”. L’albero in questione appartiene alla specie Dracaena draco L., diffusa nelle isole Canarie, a Capo Verde e nell’arcipelago di Madeira.

    Alberi di sangue

    Questa, insieme ad altre piante tipiche di zone tropicali o subtropicali, rientra nel gruppo degli “alberi di sangue”.

    La particolare forma e la resina di queste piante hanno ispirato numerose leggende. Gli antichi Guanches, popolazione nativa di Tenerife, veneravano gli alberi di sangue e ne utilizzavano la resina per imbalsamare i defunti.

    Diffusasi anche in Europa, la resina venne associata a proprietà medicinali ed è stata impiegata come astringente, decongestionante, antivirale e soprattutto per fermare le emorragie.

    Utilizzo attuale

    Oggi il suo uso è limitato alla colorazione di stoffe, ceramiche e vernici, ma continua a essere oggetto di studio per le sue potenziali attività antiossidanti, antibatteriche ed emostatiche, per l’applicazione nella fotoincisione e per la sua importanza come pigmento naturale sostenibile.

    🔍Fonte

    📙studio